Absolute Beginners

Altalena fai da te con le corde

Quelli che mia madre chiamava i baracconi si piazzavano ogni fine maggio sul piazzale della chiesa, quello della pesa, a distanza di un campo incolto da casa nostra.

Stavano un paio di settimane, talvolta tre, per la festa mariana del paese. Per tutto quel tempo, pomeriggi e serate erano scanditi da risate, gridolini, voci al microfono e canzoni sovrapposte.

A quindici anni era un’occasione da non perdere: non tanto per le emozioni da luna park, piuttosto perché stavo crescendo ed ero affascinata dall’effetto che la cosa stava avendo sugli altri.

C’era una pista di autoscontri che occupava più della metà dello spazio disponibile, ed era la prima cosa che vedevo risalendo il campo incolto: dietro, verso la chiesa, c’era una giostra per bambini, di quelle con il codino da afferrare e automobiline e moto e animali da cavalcare. Vicino, due o tre stand, di quelli con i tappi, i fucili, i peluche enormi: e un marchingegno per provare la propria forza contro un pungiball.

Da questo scenario, che già in quegli anni mi faceva sentire dentro un romanzo di Stephen King (ho il chiaro ricordo di avere terminato da poco La zona morta), emergeva lei, la giostra per adultolescenti, quella a seggiolini volanti: il calcinculo.

Quindi. Risalivo il campetto per evitare di perdere tre preziosissimi minuti prendendo la strada asfaltata: risalivo il campetto e mi infilavo tra il muro della pesa e le lamiere di uno degli stand, di solito sfigato e deserto.

Ero come sempre in ritardo, le amiche con cui avevo preso accordi erano già in pista, dovevo aspettare che si accorgessero del mio arrivo, che scendessero dagli autoscontri e venissero da me: e intanto dovevo sopravvivere quei minuti da sola, in un luogo pieno di musica, grida e colori ma, alla fine, ostile. Perché io potevo pure essere affascinata dall’effetto che i miei quindici anni iniziavano a fare sugli altri, ma più che altro ne ero impaurita.

Mi guardavo attorno per capire se potevo parlare con qualcuno (sapevo i nomi di tutti, forse, ma non li conoscevo): e alla fine dovevo abbassare gli occhi, guardarmi le superga già bucate dopo poco più di un mese di utilizzo quotidiano. Aspettare e fare finta di non sentire che qualcuno mi chiamava o mi rivolgeva un complimento.

Non che fossi un tipo appariscente, anzi: in jeans e maglietta, gli unici dettagli che mi differenziavano dai ragazzi erano i capelli, lunghissimi anche per loro, e un seno impertinente che avrei appiattito volentieri dopo solo pochi minuti di prova, subito dopo l’orgoglio iniziale di vedere che qualcuno, chiunque esso fosse, mi guardava. E non che fossi una bella ragazza: ma quale ragazza di quindici anni non è bella?

Non era necessario uscire di casa per vedere l’effetto quindici anni: bastava la preoccupazione crescente di mio padre sui tempi del mio rientro a casa (da uscite esclusivamente pomeridiane), la tendenza di mia madre a guidare le mie scelte di acquisto per l’abbigliamento comodo e neutro, le continue domande  di mia sorella sulle trasformazioni del mio corpo.

Comunque. I minuti passavano, io vedevo le mie amiche mettere altri gettoni nelle macchinine con i bordi gommosi e rimbalzare negli scontri, incuranti della mia silenziosa presenza tra la pesa e il gioco dei tappi, oramai compressa tra l’interesse pesante di tre ragazzotti, a cui riuscivo a rispondere a monosillabi, e le musiche sovrapposte di Kiss me Licia, Adesso tu e un ritmo disco ossessivo.

E quando io non sapevo più come uscire dalla mia personalissima puntata di prova che effetto fa una quindicenne sola in un luna park di paese, è arrivato Stefano.

Stefano di anni in più di me ne ha dieci ed è pure biondo, occhi verdi e atteggiamento strafottente verso tutto e tutti: a Stefano i miei quindici anni non fanno nessun effetto, al massimo ridicolizza l’ennesimo brufoletto, la scelta dei colori per le mie t shirt, la mia passione per Madonna, i miei voti inutilmente alti. E si arrabbia quando faccio sparire i suoi Tex e i suoi Diabolik, quando mi approprio delle sue cassette con la musica dance, quando occupo i suoi spazi senza chiedere.

Stefano ha condiviso con me malattie e cene, Natali e litigi familiari. E il più grande dolore finora provato nella mia breve esistenza: la scomparsa della mia zia, della sua mamma, quando lui aveva la mia età, adesso.

Stefano sa come cavarmi dai pasticci: mi prende per un braccio, mi sfila dai tre e mi tira verso i seggiolini volanti, compra una decina di biglietti e sceglie due posti vicini, lui dietro, io davanti.

E’ in quel momento che la voce di David Bowie riempie la piazza e fa tacere lo Zecchino d’Oro e il ragazzo con il microfono dell’autopista: su Absolute Beginners noi voliamo, io volo, e rido, rido fino a piangere per la fortuna che ho, quella di essere accettata per quello che sono, di essere amata anche per quello che non sono e di avere tutto quanto ancora davanti, da vivere e da conquistare.

Due sere fa, in una sala buia, Salvatores mi ha mostrato i miei quindici anni: con il calcinculo, con i ragazzini felici, con tutta la vita davanti, con la musica di Bowie.

In Educazione siberiana Nicolai Lilin scrive:

– Ma come faccio a sapere che ore sono, se sono una persona felice?

– Le persone felici non contano il tempo perché nella loro vita ogni momento scorre con piacere.

E io volo.

I’ve nothing much to offer
There’s nothing much to take
I’m an absolute beginner
And I’m absolutely sane
As long as we’re together
The rest can go to hell
I absolutely love you
But we’re absolute beginners
With eyes completely open
But nervous all the same

Absolute beginners – David Bowie

12 thoughts on “Absolute Beginners

    • I tuoi messaggi mi hanno fatto riflettere ed emozionare🙂

      Non è facile decidere di mettersi alla prova, non solo scrivendo, ma anche rivelando qualcosa di sé, qualcosa di molto intimo come un ricordo adolescenziale custodito come un pegno d’affetto incondizionato.

      Aprire questo blog prima, ripercorrere in modo pubblico La via dell’artista dopo mi sta portando a rivelare, prima di tutto a me stessa, una voglia di scrivere che sapevo esistere, ma non così forte.

      La scoperta inizialmente mi ha un po’ destabilizzata, tanto è stata travolgente: la mia vita era sufficientemente piena anche prima, ora la sento affollata da personaggi che chiedono di trovare spazio e ordine e… ci provo, diciamo che ci provo. Il resto si vedrà…

  1. Bellissimo, mi ha fatto ricordare quella sfrontatezza mescolata a insicurezza, e tutte le altre contraddizioni di quell’età, ma in fondo “quale ragazza di quindici anni non è bella?”.

  2. Cara Grazia, mi mancavano le tue parole. Non riesco a trovare molto spazio e tempo, ma sono passata un attimo per ritrovarti ed ho ritrovato queste tue parole. Così coinvolgenti, così piene di una poesia concreta, che trasuda immagini ed emozioni.
    Proprio ieri stavo ricordando qualcosa di molto simile a quello che hai raccontato tu, almeno per lo scenario, anche se legato ad un’età e a fatti diversi. Proprio ieri mi sono persa nelle estati passate a Bardi, il paese di mio padre, e ho ripensato a quelle prime uscite da sola, con l’amica delle vacanze, quella sensazione di paura e al tempo stesso di infinita libertà che mi dava andare con lei alle giostre, tra le luci chiassose ed il buio inquietante e liberatorio tra i baracconi.
    Questo tuo post è capitato, come spesso accade, nel momento giusto.
    Felice, come sempre, di ritrovarti.

  3. Pingback: Il suo Teschio è una Bandiera che vuol dire Libertà | ToWriteDown

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