A Te che te ne vuoi Andare

Italiani che emigrano dopo le elezioni politiche 

In mattinata ho litigato (discusso mi sembra troppo poco) con tre persone.

E non per i risultati delle elezioni, ché sono sempre del parere di Voltaire (sì, anche se con gran fatica a volte): secondo me, in una democrazia, ognuno resta libero di votare per chi crede (e libero di continuare a prendere le stesse cantonate per vent’anni).

Quello che mi disturba, e tanto, è questa cosa del io parto, me ne vado,  del non voglio fare crescere i miei figli in questo Paese e del facciano quello che vogliono, io vado all’estero.

Ecco, io non credo che tutti coloro che hanno deciso di espatriare e di vivere all’estero lo abbiano fatto in segno di resa, ma chi lo progetta ora, nell’attuale contesto, mi fa immensamente incazzare.

Disapprovo quel che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto a dirlo.

Voltaire

Votare con coscienza corrisponde all’espletare il minimo sindacale: si fa la fatica di ascoltare, di scegliere, di andare a votare (con qualsiasi condizione atmosferica) e di valutare il verdetto uscito dalle urne (che questa volta erano più funerarie del solito).

E da qui, dal verdetto, si riparte, non si arriva, si riparte per costruire altro.

Però a te che te ne vuoi davvero andare, a te convintissimo nonostante io abbia cercato di dissuaderti e di farti capire quanto occorri a questo Paese, adesso, consiglio di infilare in borsa un libro e di segnare nel bookmark un blog.

Il libro è Esuli di Paolo Mattei, edito da Minimum Fax: raccoglie interviste a scrittori costretti all’esilio (come Brodskij, Amado, Sepùlveda, Sinjavskij, Soyinka, Onetti e Kadaré) o clandestini in patria (è il caso di Hrabal, di Boudjedra, e della poetessa italiana Alda Merini), scrittori dalle cui parole emerge una testimonianza diretta e toccante sulla dolorosa esperienza dell’esilio.

E’ possibile scaricare e leggere qui la prefazione ad Esuli firmata dallo scrittore polacco Gustaw Herling. 

Il blog Vivo Altrove raccoglie le storie di italiani che vivono all’estero. Queste storie, diversissime tra loro, sono confluite nell’omonimo libro edito da Bruno Mondadori e curato da Claudia Cucchiarato:

La parola altrove ha un significato ambiguo. Può essere interpretata in senso positivo, come diversità di luogo, movimento verso qualcosa di nuovo. Ma anche in modo negativo: ovunque ma non qui, non nel posto in cui mi trovo, in cui sono nato, in cui vive la mia famiglia. Altrove è il luogo in cui vivono centinaia di migliaia di nuovi emigranti italiani. È un luogo indefinito, per alcuni potrebbe essere un luogo qualunque, tutto tranne la bellissima ma invivibile penisola italiana. Le statistiche dicono che questo altrove si trova soprattutto in Europa. Non troppo lontano da casa, ma sempre e comunque fuori da essa. Nei Paesi europei più all’avanguardia, dove spesso si trovano condizioni professionali, sociali, culturali e politiche più vantaggiose di quelle che oggi (e ormai da più di dieci anni, quindi già ben prima dello scoppio della crisi economica in Europa) offre il Bel Paese. 

Io, mentre tu ti organizzi, credo che rifletterò su come partecipare diversamente alla vita sociale di questo Paese per fare in modo di poterci continuare a vivere e a crescerci un figlio.

 

28 thoughts on “A Te che te ne vuoi Andare

  1. Condivido in pieno!! Su fb ho letto tantissimi post di questo tipo: “spero che i miei figli vadano all’estero” e cose del genere. Quello che trovo assurdo è lamentarsi senza fare nulla. Se uno avesse provato a lottare per il proprio paese e non avesse ottenuto nessun cambiamento positivo allora potrei anche capire una simile frase di rassegnazione. Ma senza aver fatto nulla lo trovo delirante e basta. Se credi in qualcosa ti rimbocchi le maniche e agisci, sostiene la tua causa, il tuo pensiero….ma con il culo su una sedia a lasciare che gli eventi facciano da soli il loro corso lo trovo inutile.
    cosi come trovo allucinante che sempre su fb si continuino a criticare le persone che hanno votato in maniera diversa dai noi….addirittura con frasi che non mi fanno neanche ridere del tipo “se hai votato quello ti tolgo dai miei amici”….
    Insomma….invece che continuare a lamentarsi e ad insultare credo che dovremmo imparare ad agire….

  2. condivido Voltaire e aggiungo: io rispetto pure quelli che esprimono il desiderio di andarsene, posso capirli, si sentono come innamorati traditi. La loro è solo una reazione emotiva, dubito che partiranno per davvero:) Io non capisco invece tutto questo scandalizzarsi per i risultati elettorali…boh, a me pareva così evidente che sarebbe andata così, il contrario mi avrebbe stupita. E cmq io parto, per altri motivi e con tanta sofferenza e nostalgia nel cuore. Saluti

    • Graziana, non sapevo della tua partenza dall’Italia e ne sono sinceramente dispaciuta.
      Se non ti disturba la cosa mi permetto di chiederti più informazioni privatamente.

      • Ma non disturba proprio…ma ormai lo vado dicendo in giro da mesi, e intanto son ancora qui che rimando. Andremo in Polonia, paese che conosco, ma che non rientrava nei mie piani per futuro, e il motivo per cui andiamo è il lavoro del mio compagno (che guarda caso è polacco)

  3. Io amo l’Italia ed il mio lavoro, quello per cui ho studiato e che ho sempre sognato di fare, lo posso fare solo qui. In Italia vorrei crescere mio figlio, in Italia ci sono la mia famiglia ed i miei figli ma in Italia, oggi come oggi, non mi trovo più.
    Perciò se un domani mio marito troverà lavoro all’estero, sono pronta, dopo gli opportuni tempi di prova e l’attenzione agli aspetti logicisti, a partire con lui.
    Perchè anche se è bello sognare e ho provato e provo ogni giorno, nel mio piccolo, a rendere questo Paese migliore, bisogna anche tenere i piedi per terra.
    Io ero ai seggi in questi due giorni di voto e mi hanno oltremodo infastidito le critiche a chi votava diversamente e le prese in giro delle varie forme di “protesta”, perchè apprezzo che si faccia una scelta, che si decida di provare a scegliere un governo, quale che sia.
    E tutto sommato, pur non condividendo, il segnale di “protesta” che mi pare manifestino questi risultati elettorali, mi mette ottimismo: c’è voglia di cambiamento e per l’Italia, è già una bella novità.

    • Democrazia = contare le teste, non romperle
      Era il titolo di uno dei primi capitoli del libro di educazione civica che leggevamo in classe, in prima media.
      Non l’ho mai più dimenticato.

  4. Ciao Grazia
    lo leggo solo ora il tuo post ma oggi ho letto tanti post e tweet di gente che dice “me ne vado”. E una cappa mi e’ scesa sul cuore.
    Poi ho guardato nella mia libreria e ho visto un libro; “Il cigno nero” e ho riflettuto, su di me e su questi (strani) giorni. E ho scritto. Di Australia, di partenze e di cigni.
    Se ti va ti lascio qui la mia riflessione (se no cancellala!!!!)
    http://www.patatofriendly.blogspot.it/2013/02/australia-ovvero-non-parlero-di-elezioni.html
    Io (noi) resto qui, nonostante l’Australia, in compagnia di un cigno e di tanta voglia di crescere e imparare.
    Un abbraccio
    Fra

  5. Ti dico solo BRA, APLLAUSI!
    la penso esattamente come te.
    Non solo, questo apolitticismo, del non poter far vivere e crescere i propri figli in un un modo “giusto” mi fa rabbia tanta.
    I miei genitori, i miei nonni, sono cresciuti in un’Italia in guerra.
    Con tanti sforzi, ma son cresciuti, anche bene e nessuno li ha mai portati via perchè “era la fine” nonostante spesso quella fosse la fine per davvero.
    Portare i propri figli all’estero col principio dello scappare dai problemi,non mi sembra educativo per niente.

  6. Io rimango perché amo il mio lavoro (insegnare) ma poiché viviamo in una società senza barriere e confini culturali veri e propri (se non quelli che volutamente uno innalza) dico sempre ai miei alunni di sentirsi il più possibile cosmopoliti o, almeno, europei, e di non precludersi la possibilità di fare una bella vita lontano da qui. La politica, poi, ci mette il suo a non incentivare i giovani a restare nel nostro paese….

      • Grazia, è strano come non sia riuscita a trasmettere il mio pensiero: non ho detto che rimanere a vivere qui significa non avere un’anima europea, solo capisco che i giovani possano avere voglia anche di cambiare aria e andarsene un po’ a zonzo, portandosi nel cuore il loro paese e la loro italianità di cui andare sempre, comunque, fieri. I ragazzi sono molto sfiduciati da questo “mal paese” che noi adulti gli stiamo lasciando e non li biasimo perché siamo terra di esasperante nepotismo e asfissiante immobilità sociale: sulla possibilità che in Italia si possa anche vivere bene non lo escludo affatto ma credo che dipenda soprattutto da ciò che ci si aspetta dal futuro e a tale riguardo ti cito le parole di un acuto economista,Tito Boeri: “Chi ha il genitore bancario, anche se è capra, campa. Senza bancario in famiglia, anche se non è capra, crepa”. Ecco, ora spero di essermi spiegata un po’ di più. Con immenso amore per questo paese, Emma.

  7. Proprio in questo periodo sto leggendo Cosa tiene accese le stelle, di Mario Calabresi. Un tema che mi sta molto a cuore (come, credo, a chiunque abbia dei figli…). Ti piacerebbe la storia della sua nonna, che rifiuta la Fiat Seicento regalata dal marito e coi soldi restituiti dal concessionario si va a comperare due cose: una lavatrice e un libro.
    Ti lascio qui l’inizio della presentazione e un abbraccio.
    «Una sera di novembre del 1955 mia nonna, che aveva quarant’anni, riconquistò la libertà e si sentì felice: aveva preso in mano un libro ed era riuscita a leggere qualche pagina prima di addormentarsi.» Di solito Maria, la nonna di Mario Calabresi, andava a letto esausta, dopo una giornata spesa a lavare montagne di lenzuola e pannolini. Quella sera, quella in cui per la prima volta aveva usato la lavatrice, è stata, nei suoi ricordi, lo spartiacque tra il prima e il dopo. Oltre mezzo secolo più tardi ci siamo quasi dimenticati di quelle conquiste vissute così straordinariamente; oggi, anzi, il nichilismo, la sfiducia, il fatalismo sono gli umori e i sentimenti più diffusi nel Paese: gli anziani hanno nostalgia del passato, i giovani si rassegnano alla mancanza di prospettive, ed è comune la convinzione di essere capitati a vivere nella stagione peggiore della nostra Storia.

      • Relativamente presto… dammi una settimana al massimo. Non ho mica i tuoi ritmi. Anch’io leggo ‘qualche’ pagina prima di addormentarmi, anche se di figli ne ho solo due e oltre la lavatrice, ho pure l’asciugatrice e la lavastoviglie🙂
        Ma poi te lo presto volentieri!

  8. Delusa anch’io mai me ne andrei. E ieri mi sono un po’ arrabbiata per gli expat che potevano votare e non l’hanno fatto e ora criticano. Ho accettato il confronto con chi ha espresso questa idea, ovvero non votare, ma mi è spiaciuto tanto leggerli. Un bacio

  9. Avevo letto questo post giorni fa, ma oggi ho trovato questo articolo e ho deciso di lasciare un commento. http://www.internazionale.it/superblog/regole/2013/03/01/emigrare/
    Il fatto di lasciare l’Italia quando le cose non vanno bene ha un po’ il sapore della politica dello struzzo: me ne vado=si risolve tutto !
    Ma chi vuole andarsene lo sa che anche altrove ci sono problemi? magari non gli stessi, ma non é che il resto del mondo sia il paese della cuccagna.
    Io non abito in Italia, ma in Svizzera, e diverse volte ho fatto le “stagioni”, lavorando in albergo.
    Ed era bellissimo, inverno a St. Moritz, estate a Cannes, a casa ogni quindici giorni.
    Ecco, appunto, a CASA ogni quindici giorni, perché i posti dove lavoravo non erano casa, perché dalla mia famiglia ci tornavo con regolarità, anzi spesso venivano a trovarmi parenti e amici, a chi non piacerebbe scroccare week end a Cannes e St. Moritz?
    Ma poi … mi sono sposata, le stagioni non le ho più fatte e mio marito ha ricevuto un’ottima offerta di lavoro e siamo partiti, prima in tre e poi in quattro.
    Non mi sono trasferita in America, e nemmeno in Australia, no ! sempre in Svizzera, ma a trecento km da casa, che non sono poi molti, ma con una famiglia e un lavoro mica ti puoi permettere di tornare a casa spesso.
    E non é stato facile, perché li parlano un’altra lingua (che anche se la parli non é la tua), sei la straniera, le altre mamme si conoscono da molto, le bimbe non andavano all’asilo (si comincia a 5-6 anni), mio marito la sera lavorava e quindi non potevo nemmeno iscrivermi a ginnastiche o corsi vari per socializzare e mi sentivo tagliata fuori.
    Nella zona non c’erano alberghi e quindi non riuscivo nemmeno a trovare un lavoro decente, facevo pulizie in un grande magazzino dalle 5 alle 8 del mattino e mi arrangiavo lavorando da casa per diversi ristoranti italiani.
    Mi mancava il mio fratellino, mi mancava il tempo da passare con la mia neonata nipotina, non mi bastava il fine settimana al mese che passavano da noi.
    Anche abituarsi al cibo diverso non era facile, perché anche se sei tu a cucinare, le cose che usi di solito per farle sono diverse, e il gastronomo che vendeva prodotti italiani era costoso.
    Ho tenuto duro 4 anni, grazie a Sara, una sorella più che un amica, una ragazza di Santo Domingo che si trovava anche peggio di me per il colore della sua pelle (le altre ragazze di colore della zona lavoravano di notte e non erano venute qui per seguire il marito).
    Ma quando Lucrezia ha dovuto cominciare la scuola nel 2000 ho detto basta, non volevo stare la per tutto il periodo scolastico delle mie figlie e complice il posto da vicedirettore nell’albergo davanti a casa mia che mi era stato offerto ci ho messo poco a preparare i bagagli.

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