Dove Vivi Tu

UN MIO RACCONTO PER L’ESERCIZIO DAMMI TRE PAROLE (ALLENAMENTI)

Uccellino alla Biosfera di Genova

Lunedì scorso ho raccolto alcuni racconti nati attorno all’esercizio dammi tre parole ispirato al percorso La via dell’artista di Julia Cameron: l’esercizio consiste nel comporre una breve storia contenente, come parole utilizzate in senso stretto oppure astratto, animali divorziare asola.

Oggi pubblico il mio esercizio, che si è rivelato, a mio parere, più fecondo del previsto e che potrebbe diventare, lavorandoci e trovando nuove ispirazioni, l’inizio di un racconto di più ampio respiro. Che ne pensate?

Dove Vivi Tu

Penso che questa casa sia troppo grande per noi.

Occupa duecento metri quadrati: mezzo piano, il sesto, di una palazzina di Viale Monza.

Esposto a sud-ovest, l’appartamento ha la forma di una precisissima L, a giro d’angolo perfetto.

Settanta anni vissuti noiosamente nella stessa casa, alla fine. E, nonostante tutto, penso sia davvero troppo grande.

Ti ricordi quando i due appartamenti erano separati?

Il nostro, quello alla base della L, quello esposto ad ovest, era stato acquistato da mio padre. Il suo dono di nozze. Una soluzione funzionale, da uomo pragmatico quale era: alla morte della vicina fece subito la sua offerta, generosa, rapida ed indolore, accaparrandosi l’appartamento confinante con quello dove sono nato.

Lo destinò subito a me, consentendomi di traslocare il minimo indispensabile: ricordo le due piccole valigie che trasferii, giù con un ascensore, su con un altro. Detto fatto. In una i libri, gli oggetti da toeletta, qualche carta: nell’altra gli abiti, pochi e di ottima qualità.

Tu arrivasti con un piccolo furgone: aiutata da un fattorino e da tuo padre, scaricasti due bauli di biancheria, un comò di inizio ottocento, una specchiera dorata, una snella sedia Thonet, quelle tre valigie che scoprii contenere abiti nuovi, confezionati nelle settimane precedenti. E una mezza dozzina di scarpe. Quanto amai i tuoi oggetti, Elsa.

Siamo stati bene nel nostro appartamento. Siamo stati bene? Quindici anni di felicità coltivata come le piccole orchidee di cui mi insegnasti a prendermi cura, con affetto e dedizione. La cura è tutto, mi dicevi.

L’appartamento della mia infanzia, quello dell’asta della L, luminoso, con grandi terrazze assolate e finestre a tutta altezza, lo unimmo quando anche mia madre mancò. Non subito, aspettammo – aspettammo che prima il dolore svanisse. E quando fu il momento, non aveva già più senso unirli.

Così che alla fine uniti non lo sono mai stati: un po’ come noi. Vicini, certo, affini, rispettosi – ma uniti mai. Unirli significava occuparci di noi, curarci di qualcosa che andava pensato in modo duraturo. E non ce la siamo sentita. Li abbiamo solo accostati, messi l’uno in comunicazione con l’altro, e ci è bastato. Abbiamo fatto richiesta per aprire una porta sul salone ad angolo, la pietra miliare tra le due abitazioni: e abbiamo usato quella porta per transitare da uno all’altro.

La cosa è comunque tornata utile, hai visto? Ché da dieci anni, undici tra poco, sono tornati ad essere appartamenti abitati in modo separato.

Io sono tornato a vivere di là, nella casa della mia infanzia: tu non hai fatto nulla per impedirlo.

Due entrate distinte su due diverse facciate del palazzo.

La signora Elsa entra dal civico 67, scala A: usa sempre più spesso l’ascensore, quello d’epoca, in ferro e vetro, lo stesso che portò su i bauli, il comò, la specchiera, la Thonet e le valigie, quello che si insinua nella tromba delle scale e sferraglia al suo passaggio.

Il signor Piero usa sempre e soltanto il civico 67, scala B. Ed evita l’ascensore, moderno questo, veloce e silenzioso, per farsi sei piani a piedi, sia in salita sia in discesa, eseguendo in questo modo le indicazioni del suo medico riguardo ad un’attività motoria quotidiana.

Avevo detto che era tornata utile, ed è proprio così. Un po’ di curiosità però ce l’ho. Non ho idea dei cambiamenti che di certo hai apportato in tutti questi anni al nostro appartamento, quello della nostra vita insieme.

Io arrivo fino al salone d’angolo, la nostra zona neutra, non vado oltre.

Oltre è dove vivi tu, un concentrato di bellezza e di buon gusto che ben ricordo: elementi di ordine e di eleganza perfettamente allineati l’uno dopo l’altro, piccole increspature di leggeri tessuti, lievi riflessi su complementi d’arredo di preziosa artigianalità, luminosi pavimenti senza imprecisioni, quasi non camminati.

Hai sempre avuto occhio per i dettagli, Elsa, hai sempre trovato tempo e modo per impreziosire ogni angolo, curare ogni spazio. Sono certo che anche oggi il nostro appartamento è perfettamente organizzato attorno ad elementi gradevoli alla vista, piacevoli al tatto, funzionali alla vita – uno spazio ideale che sta al tuo essere come un bottone ad un’asola perfetta.

Dovresti venire ad occuparti ogni tanto della mia porzione di casa, Elsa, quella che la morte dei miei genitori ci ha regalato. I miei cento metri potrebbero ridursi a dieci e non ne sentirei la differenza.

Vivo nel salone d’angolo, io, lo sai, vivo quasi sempre lì.

Che poi continuare a chiamarlo salone non è affatto corretto. L’abbiamo trasformato da tanto tempo in una serra, in un giardino d’inverno. Con quelle vetrate a tutta altezza, con le terrazza profonde che si aprono sui due lati, non potevamo fare altrimenti: prima ci hai coltivato le tue orchidee, quelle screziate che viste da vicino sembrano piccole scimmiette, poi quelle piante tropicali che si alzano verso gli alti soffitti e gradiscono la temperatura temperata che hai saputo creare.

Quando entro nel nostro giardino torno ad essere un ragazzo, Elsa, un ragazzo molto simile a quello che si è innamorato di te.

Quanto eri bella, Elsa. Pelle bianca, luminosa, e occhi ombrati da lunghe ciglia, e capelli voluttuosi, lucidi e scuri, a incorniciare il tuo viso dall’ovale perfetto.

Entro nel giardino: so che non ci sei. Entro, e subito Cippi e Gea, i nostri due pappagallini, mi si fanno incontro. Si spostano veloci zampettando di ramo in ramo, si staccano leggeri e planano dolcemente verso le mie mani aperte.

Non avrei mai immaginato che non avremmo avuto figli, io e te: se penso ai primi anni, a quel desiderio che difficilmente riuscivo a domare, e a come mi commuovevo ogni volta che vedevo una famiglia con bimbi piccoli, a come te ne parlavo, con speranza e aspettativa.

Sì, i nostri pappagallini sono stati a lungo succedanei, ma oggi, con un figlio, mi sentirei di certo meno solo. E avrei una scusa in più per venirti a cercare qui, in questo unico luogo d’incontro possibile.

Lo sanno gli altri che non viviamo più insieme da undici anni? Che questa è l’unica stanza del nostro grande appartamento dove possiamo incontrarci? Mi faccio domande sciocche, Elsa: che importanza ha, alla fine, se qualcuno è a conoscenza di questo non divorzio, di questa calma apparente.

E’ che ci sono giorni in cui non mi basta sapere dove vivi tu, giorni in cui vorrei avere l’ottimismo di Cippi e Gea. O meglio, vorrei avere le loro ali e provare a superare le barricate, lanciarmi dall’altra parte.

Potrei trovarci cose nuove anche per me. Ma poi mi ricordo quanti anni ho, quanti anni hai tu. E resto qui, in questo giardino, ad aspettarti.

32 thoughts on “Dove Vivi Tu

  1. L’ho adorato! E’ semplicemente bellissimo! E’ valsa la pena aspettare un po’ per leggerlo!
    Direi…come il vino buono, che devi stappare e lasciar respirare prima di coglierlo in pieno!
    Ti auguro una buona serata, la mia sara’ fatta di neve che come ovatta qui ha coperto ogni cosa!:)

  2. E’ molto triste. Mi ha ricordato un libro di Cancogni, (Parlami, dimmi qualcosa) di cui ho scritto tempo fa. Mi è piaciuto, sembra che tu abbia scritto qualcosa di molto intimo, qualcosa che hai faticato un po’ a tirare fuori (non so, sensazioni). Però a proposito di fatica, In alcuni punti ho faticato a capire dei passaggi…

    • Ciao Sara,
      non conosco Cancogni ma mi hai fatto venire voglia di leggerlo: ho trovato la trama di Parlami, dimmi qualcosa e so già che mi piacerà. Il tema che mi interessa è quello: il matrimonio, la durata dello stesso, le implicazioni con le famiglie di origine, i compromessi inevitabili delle personalità che le abitano.

      Del resto è un tema a me vicino, ho anche molto vissuto da scrivere, e poi ho raccolto nel tempo voci, storie, sensazioni che sicuramente si stratificano nel raccontare. E mi accorgo che vado pure a cercarmele, queste storie, a scovarle in conversazioni, ricordi, letture.

      L’idea del racconto è questa, ma ancora lo stesso manca: per questo, temo risulta poco scorrevole e oscuro. Insomma, c’è molto lavoro da fare.
      A presto, spero
      Grazia

  3. Ah bellissimo davvero!
    Mi hai sorpreso (nel senso che sei moooolto avanti nel linguaggio letterario e non lo sapevo)(percaso hai dei precedenti?) ed e` davvero sviluppabile. Forse in flashbacks? Perche` quella bellezza cosi` ben descritta di Elsa incuriosisce e anche l’amore dei genitori che non ci sono piu` e poi quel desiderio frustrato di figli…Dai lavoraci!!!!
    Tua affezionata lettrice
    Scake

    • Scake, che belle parole mi hai regalato, grazie.
      La costruzione per ricordi, per flashback, è una strada da provare, hai ragione.
      Per quanto riguarda il linguaggio, leggo talmente tanto (e scrivo altrettanto) che un certo gusto alla fine contagia. Precedenti però no😉
      A presto

  4. intimo e attuale! [per un attimo mi è parso di essere anche io, al sesto piano del civico 67 di viale Monza]
    se mi è concesso,percorrerò ‘la via’ dal principio,,

    • Benvenuta Danila,
      mi fa piacere questo tuo desiderio di percorrere la Via. Ti invito a leggere il post di lunedì 4 febbraio (è questo qui): in coda c’è il riassunto delle puntate precedenti, così da poter iniziare .. dall’inizio🙂
      A presto
      Grazia

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