La Stanza dell’Infanzia

COME SVILUPPARE IL PROPRIO IO CREATIVO: ALLENAMENTI #7

Do_Not_Disturb

E’ la vigilia di Natale: la magia è già qui, nella nostra casa decorata non solo da albero, ghirlande e palline, ma anche dai giocattoli di Pietro sparpagliati ovunque, con il forno acceso a cuocere il dolce che porterò stasera all’oramai tradizionale cena tra amici, con i bigliettini e i pacchetti già pronti per domani e il pranzo in famiglia.

E’ la vigilia di Natale e i pensieri sono limpidi, abbastanza buoni, un po’ nostalgici: anche La via dell’artista mi viene incontro con un esercizio che si intona perfettamente con l’atmosfera attorno.

Ve lo propongo perché è un piccolo regalo che potete fare a voi stessi in questi giorni rallentati, una piccola scusa per staccare con i festeggiamenti esterni e immergersi in se stessi, ritrovando il proprio Io bambino e la stanza della propria infanzia.

L’esercizio è semplice: consiste dello descrivere, con parole, immagini, suoni la stanza della propria infanzia.

Come era disposta? Dove venivano conservati i giochi e i libri? Quali erano gli oggetti preferiti? Era solo vostra o veniva condivisa?

E oggi come è la nostra camera? Ci piace ancora come allora, ci piace di più? E siamo riusciti a conservare i nostri oggetti preferiti?

Pur avendo tre camere da letto, nella casa dei miei genitori ho sempre diviso la stanza con mia sorella: la stanza in più veniva usata solo per i momenti di studio, per avere una scrivania e un armadio in più.

Non che io e mia sorella non potessimo fare a meno l’una dell’altra, anzi: è che era venuto così, all’inizio dividevamo perché piccole e poco ingombranti, dopo per affetto agli spazi,  per pigrizia e per non litigare su chi doveva fare trasloco.

C’erano quindi due letti, messi in perpendicolare, l’uno diverso dall’altro, e c’erano anche due comodini, l’uno diverso dall’altro. La mia metà campo era bianca, ordinata e leziosa: quella di mia sorella era rossa, caotica e un po’ maschile, con legnetti e pigne raccolti in cesti.

Io collezionavo bambole, quelle bambole orrende che hanno il vestito tradizionale di ogni città o nazione: una collezione che in realtà era più dei miei genitori che mia, a cui mi sono sempre scarsamente interessata e che non ho idea di dove sia finita.

Mia sorella collezionava piccoli oggetti: aveva cominciato forse con Poochie (un cagnolino bianco e fucsia di cui non ho mai fino in fondo apprezzato l’esistenza) per passare poi a i Puffi e ad ogni mini qualcosa su cui mettesse gli occhi. Le sue collezioni discrete, minuscole, venivano conservate in scatole sotto il letto e sotto il comodino: in bella vista teneva elementi naturali quali foglie and co. che raccoglieva da passeggiate: e disegni colorati che appendeva direttamente al muro con il nastro adesivo.

C’era una libreria carica di ninnoli vari, con uno scaffale (che si moltiplicò e triplicò nel giro di breve) dedicato ai nostri libri: le favole dei fratelli Grimm, Richard Scarry, le Fiabe Sonore (che sto riscoprendo in app), i fumetti e i volumi tratti dai cartoni (da Candy Candy a Lady Oscar passando per Capitan Harlock) a cui si accostarono Piccole donne e i volumi di Rodari.

In una nicchia avevamo sistemato il mangiadischi (ne avevamo avuto uno giallo e poi uno rosso) con cui ascoltavo i 45 giri delle canzoni dello Zecchino d’Oro e delle sigle televisive, ma anche i valzer viennesi di mio padre e i dischi di mia madre (Morandi, Battisti e Celentano).

Da quella stanza, quando mi trasferii a Milano, portai via pochissime cose: qualche libro, qualche CD (la tecnologia intanto era avanzata), un gato di pezza che ancora conservo e che ancora rappresenta il mio legame con quei giorni lontani. E’ il mio oggetto preferito, quello che mi basta guardare per ritrovarmi spensierata come da bambina.

La mia camera, quella della mia infanzia, esiste ancora: con pochi, pochissimi accorgimenti, accoglie oggi le mie trasferte a casa dei miei: c’è ancora il comodino bianco, quello rosso non so che fine abbia fatto. E nel comodino, un cassetto contiene quaderni, diari, taccuini, appunti, ritagli, lettere ricevute, lettere mai spedite: e piccoli tentativi di poesia, alcuni fumetti interamente realizzati a biro bic, brevi racconti e idee sparpagliate, dimenticate.

E domani, domani è Natale e lo trascorrerò a casa dei miei: e vorrei tanto avere il tempo di restare sola in quella stanza, sola con la bambina che vive ancora dentro di me e che là ha cominciato a tessere i suoi sogni, i suoi progetti, i suoi desideri.

A prima vista quella stanza non c’entra proprio nulla con la mia di adesso, una camera matrimoniale minimalista, con poche cose: ma aprendo un’anta dell’armadio si possono trovare decine di quaderni, taccuini, diari, appunti, ritagli.

E chi la abita non ha ancora dimenticato quella bambina.

***

Se questo è il primo articolo che vi capita di leggere riguardo a La via dell’artista e siete interessati a capire da dove si parte, vi segnalo i post precedenti:

Gli AllenaMenti tornano dopo le feste:
appuntamento a lunedì 7 gennaio (2013, ovviamente)

 (Photo credits: Cool symbian touch)

20 thoughts on “La Stanza dell’Infanzia

  1. Mannaggia che brividi tornare così indietro nel tempo. Io dovrei cercare tra le 4/5 case dell’infanzia (la 5^ è piu’ dell’adolescenza a dire il vero….) e i traslochi interni necessari con l’arrivo delle sorelle: prima io, poi altre tre. Lo spazio all’inizio era condiviso poi siamo state “divise” in due “gruppi”: le due più grandi e le due più piccole. Forse sarebbe stato meglio un’unica stanza enorme e un’altra in cui studiare, avrebbe consentito piu’ condivisione tra i due “gruppi”. Oggi i miei vivono in una casa ancora diversa ma si ritrovano oggetti qua e la’: i soliti libri (PIccole donne), qualche soprammobile e in cantina sono conservati 4 scatoloni con ognuno i nostri giochi preferiti; il primo Cicciobello, gli orsacchiotti, Snoopy gigante.
    La mia camera di ora? pochi mobili e un comodino lungo e pieno di libri, poi un angolo con un tavolino recuperato in un mercatino che ospita una mia bambola piccina e qualche peluche con molti anni. La bambina è sempre presente, pare.

    alessandra

  2. Me lo ricordo questo esercizio, mi era piaciuto molto farlo e riscoprire i “piccoli” spazi nella stanza della mia infanzia divisa con mia sorella e mio fratello, maggiori di me.
    Ciao Grazia, tanti auguri di buone feste e felice anno nuovo!

  3. Pingback: Autoritratto | ToWriteDown

  4. E’ un esercizio quasi crudele: inevitabilmente ti costringe a pensare ai pensieri, e non solo agli oggetti, che c’erano in quella stanza. Bisogna aver coraggio per fare bilanci e per essere aperti a guardarsi indietro come hai fatto tu.

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