Ieri di Agota Kristof

Ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e nient’altro.

Un anno fa, il 27 luglio 2011, moriva Agota Kristof, ungherese, scrittrice del dolore e dell’esilio: la sua fama è legata alla Trilogia della città di K, Le grand cahier insieme a La preuve e Le troisième mensonge.

Di lei ho molto amato Ieri ed è così che oggi la voglio ricordare.

– Non si può scrivere la propria morte.

E’ lo psichiatra che mi ha detto così, e sono d’accordo con lui perché, quando si è morti, non si può scrivere.  Ma, dentro di me, penso di poter scrivere qualunque cosa, anche se è impossibile e anche se non è vera.

In genere m’accontento di scrivere nella testa. E’ più facile. Nella testa tutto si srotola senza difficoltà. Ma, una volta scritti, i pensieri si trasformano, si deformano, e tutto diventa falso. A causa delle parole.

Dovunque mi trovi, scrivo. Scrivo mentre vado verso il bus, nello spogliatoio degli uomini, davanti al mio macchinario.

Il guaio è che non io non scrivo ciò che dovrei scrivere, scrivo qualunque cosa, cose che nessuno può comprendere e che nemmeno  io comprendo. La sera, quando ricopio quello che ho scritto nella mia testa durante la giornata, mi domando perché ho scritto tutto ciò. Per chi, e per quale ragione?

Agota Kristof, nata in Ungheria nel 1939, è stata ed è ancora oggi molto amata da un vasto pubblico. Tutto questo affetto a un primo impatto può sembrare ingiustificato: il fatto è che le sue storie, la sua narrazione, i suoi personaggi sono intrisi di dolore, di un senso di sconfitta che non si risolve.

C’è prima che noi lettori arriviamo, resta anche dopo che ce ne siamo andati, chiudendo il libro. Ma forse è proprio nel riconoscimento di questo dolore autentico che il lettore trova consolazione e forza.

Ieri è la storia di Tobias Horvath, un emigrato la cui vita scorre tutti i giorni sugli stessi binari. E’ lui stesso a raccontarcela: Oggi ricomincio la corsa idiota. Mi alzo alle cinque di mattina, mi lavo, mi faccio la barba, mi preparo un caffè e vado, corro fino alla piazza principale, salgo sul bus, chiudo gli occhi, e tutto l’orrore della mia vita presente mi salta al collo.

Tobias ha lasciato in Ungheria la sua infanzia, il suo cuore, il suo ieri: quello che ha davanti è solo un domani incerto, sfocato, un tempo da sopravvissuti alleggerito solo da due passioni, quella per una donna mitizzata, Line, e quella per la scrittura, sfogo, ancora di salvataggio – straniera come la lingua in cui la realizza.

Impossibile non pensare a quanto di sé l’autrice abbia messo in questo personaggio, lei che in una notte del novembre 1965, mentre l’Armata Rossa bloccava la rivolta ungherese, attraversò la foresta con il marito e la figlia di quattro mesi per arrivare in Austria, e poi in Svizzera, in una cittadina sul lago dove visse fino alla morte.

In Svizzera lavorò all’inizio in fabbrica, frequentando una comunità di immigrati: e come Tobias dedicò ogni ritaglio di tempo alla narrazione per la quale abbandonò l’amata lingua madre, scrivendo in francese. 

Si definì un’analfabeta sempre in lotta con la lingua, sempre con un dizionario a portata di mano: un’ossessione, quella per la lingua, che la fece entrare in conflitto anche con molti traduttori: Tradiscono lo spirito, e la lingua. Rimettono tutto in ordine, tutto normale, ripuliscono quello che scrivo, come se non facesse differenza.

Se la prese anche con il regista Silvio Soldini che nel 2002 da Ieri trasse un film, Brucio nel vento. Alla Agota non piacque: Ci ha messo l’happy end. Non ha voluto ascoltarmi. Non è con i finali ottimisti che si risolvono le cose.

Il film di Soldini non l’ho visto, ma Ieri è un libro che vale la pena leggere: non si dimentica.

Con questo post partecipo all’iniziativa il Venerdì del libro, che vi invito a conoscere.

12 thoughts on “Ieri di Agota Kristof

  1. Agota Kristof ha una scrittura secca, quasi cattiva. Di quelle da pugno nello stomaco stilistico e intellettualità ben condotta. Ne riconosco la bravura immensa, anche se non è my cup of tea.

  2. Pingback: Homemademamma » Venerdi’ del libro: “Acqua agli elefanti”

  3. Ti ringrazio perchè non conoscevo questa scrittrice. Certo tutto questo dolore forse non si addice a questo periodo, in cui vorrei che la mente e il cuore si riposassero un po’, però sono ormai curiosa di leggerlo.
    Mi sono piaciute le frasi che hai citato. In questo periodo ho sempre scritto proprio nella mente ed ogni cosa appariva davvero facile, fluida, perfetta e adesso che vorrei mettere tutto su carta, ogni cosa pare travisata…

    • Capita molto spesso anche a me: nella mente il discorso è semplice, fluido, anche simpatico. Poi, una volta buttato in un file o scritto sulla carta, non lo è per nulla.
      Del resto nella mia mente tutto è così facile, anche scrivere. La vita però è altra cosa, scrittura compresa.

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