Alle Origini della Poesia

Che la Mesopotamia sia stata la culla delle prime civiltà è una delle prime informazioni che ci vengono passate a scuola: situata tra due fiumi, Tigri ed Eufrate, nel periodo che va dalla fine dell’ultima era glaciale (10000 a.C. circa) all’inizio della storia, la Mesopotamia è la mezzaluna fertile, un territorio ricco abitato (a partire dal 3500 a.C.) da Sumeri, Accadi, Babilonesi, Assiri, Ittiti, Hurriti e Cassiti.

Che sia stata anche la culla della poesia l’ho scoperto di recente: il primo poeta della storia si chiamava Enkheduanna e visse negli anni attorno al 2300 a.C. nella piana alluvionale del Tigri e dell’Eufrate, nell’area più meridionale dell’odierno Iraq.

Enkheduanna era una donna.

Non trovo strano che il primo poeta della storia dell’umanità, il primo il cui nome si sia conservato nella tradizione successiva, il primo, fra tutti gli scrittori, a elaborare uno scritto in prima persona, sia di sesso femminile: quel che trovo strano è che non venga dato sufficiente risalto, nella storia e nella letteratura, a questa poetessa.

D’accordo, era una che oggi sarebbe stata definita raccomandata o, più delicatamente, figlia d’arte: suo padre era Sargon, il grande Sargon, fondatore della dinastia di Akkad e del più antico impero della storia, uno che per le sue imprese straordinarie divenne nella tradizione babilonese una figura leggendaria di invincibile condottiero.

Quindi Enkheduanna era in una situazione privilegiata, una principessa a cui il padre aveva affidato il tempio della dea-luna Inanna nella città più importante dell’epoca, Ur, insignendola del titolo di sacerdotessa, una delle più alte cariche dell’epoca. Ma era anche brava, molto brava, e sapeva tradurre in parole e in scritti le sue emozioni, parlando nelle sue composizioni della sua parte più intima e del suo sé profondo.

Ad Enkheduanna sono attribuite due complesse composizioni inniche sumeriche, scritte in uno stile poetico fortemente lirico e drammatico: oggetto delle composizioni non poteva essere che la dea-luna a cui la vita della principessa-sacerdotessa era consacrata. Tra le due, la più famosa, denominata Signora di tutti i me, è scritta in prima persona e narra dell’evento più drammatico della vita di Enkheduanna, un momento oscuro in cui venne scacciata da Ur e costretta ad un esilio forzato.

L’ammirazione degli ambienti letterari sumerici per l’opera di Enkheduanna e la popolarità di questa sono testimoniate dal fatto che la composizione ci è giunta in oltre cinquanta diverse copie su tavolette cuneiformi: in pratica il testo venne usato per i successivi cinquecento anni dagli studenti per imparare l’arte dello scriba. Inoltre, la Signora di tutti i me fu inserita dai dotti del Paese di Sumer nel canone fisso di dieci opere letterarie che, a giudizio degli antichi, rappresentavano il culmine dell’espressione poetica del mondo mesopotamico.

Mi piace pensare che questa donna, che fu ragazza e bambina, fu così brava da lasciare fino a noi le sue emozioni. Di lei, comunque, ci resta anche un’immagine: è quella conservata in un piccolo monumento votivo, rinvenuto ad Ur e oggi conservato presso l’University of Pennsylvania Museum, in cui la principessa-sacerdotessa appare con tre dignitari.

Lei è elegante, cinta da una benda segno della sua dignità sociale, e guida i tre dignitari all’altare: insomma, di lei ci restano sia le composizioni che un’immagine raffinata. Una donna che non lasciava nulla al caso.

 

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