Danni

 
 
Chi ha subito un danno è pericoloso:
sa di poter sopravvivere. (Josephine Hart)
 

Mi trovo d’accordo con questa affermazione più o meno sempre. Oggi in particolar modo.

Il fatto è che questo articolo, composto da una serie di idee che dovevano essere parti di un racconto, con un’ombra di negatività e (purtroppo) senza molta originalità, per un mio errore è stato pubblicato ieri sera: ecco, un danno, perchè non era concluso, e non lo è ancora.

Ma visto che è stato già letto, non posso che riproporlo, con un minimo di strutturazione in più: ho pensato che, a danno fatto, posso comunque capire, con il confronto, se può avere un senso provare a finalizzarlo o se è meglio abbandonarlo.

Dicevo, c’è sicuramente un po’ di negatività diffusa: ma si tratta di una storia d’amore che sta per finire e i pensieri lasciati liberi portano ricordi non sempre piacevoli, non sempre autentici, mescolati tra loro tanto da non riconoscere più i confini gli uni degli altri. Ricordi di sbagli, di momenti perfetti, di amori passati idealizzati, di progetti infranti, di felicità, di tempo sprecato, di cose ben riuscite.

E quindi c’è una lei quarantenne che si guarda allo specchio, il dischetto di cotone spalmato di latte detergente in mano, ferma nel gesto di avvicinarlo al viso: si guarda e non si riconosce, si guarda e pensa in queste condizioni io non me la sento più di andare avanti su nulla.

Perché in sere come queste, davanti ad uno specchio, con questo dischetto che se non faccio in fretta cola, mi chiedo: ma chi è quella donna? Quella dello specchio, quella dal viso truccato dalle sette del mattino che tarda fino alle undici di sera a struccarsi, chi é? Che ne è stato della luce dei suoi occhi? E che ne ha fatto della ragazza che ricordo guardarmi a tutti gli specchi fino a qualche anno fa?

Mi viene da spaccarlo, ‘sto specchio, e invece passo finalmente il cotone sul viso, sento la pelle tiepida sotto le dita e ricordo la tua pelle, quella che oramai raramente sfioro, tra una colazione frettolosa interrotta da troppi pensieri e troppe richieste, un saluto sulla porta e poi ad aspettare la sera, una cena che non è più nemmeno silenziosa da quando i nostri figli vogliono la televisione accesa, e un saluto sulla porta della camera, che non si va neppure più a letto insieme.

Non sono una che si accontenta di un rapporto solo sereno, solido e rodato: io voglio la passione, voglio tenerla viva anche dopo dieci anni di strada insieme, con problemi, casini, e adesso anche questo, questa tua immobilità prolungata.

Del resto sono qui qui nel bagno, a mezzanotte, a struccarmi e a lavarmi il viso, mentre tu ancora guardi la televisione, il calciomercato estivo, una goduria tutta maschile il cui piacere mi è sconosciuto: il piacere, quello me lo ricordo, era fatto di migliaia di farfalle nello stomaco, e fino a ieri ancora le avevo. Alla fine però ho deciso che non ce la facevo più ad averle solo io. E le ho uccise tutte.

Segnamoci di comperare i dischetti, stanno finendo: le farfalle, dicevo. A volte mi sembra di sentirmi un po’ come a quindici anni, quando mi piaceva un ragazzo e lui non mi filava, e io facevo di tutto per attrarre la sua attenzione, senza troppo successo. Con te sta diventando un po’ così: alle mie esternazioni (sono troppe, forse? che avevamo due caratteri opposti però lo sapevamo ben prima dell’altare), non reagisci, opponi  indifferenza alla richiesta di contatto.

Mi rendo conto di non essere una persona semplice con cui stare: sono complicata, lunatica, mi “fisso” sulle cose, cambio idea in continuazione e soprattutto, sono un bel tipetto agitato che ama vivere la vita in tutte le sue sfaccettature e non si accontenta di un’esistenza piatta e tranquilla. Io voglio bruciare. Come te lo ricordo? Perchè lo sapevi, oh se lo sapevi, e ti piaceva.

Mi hai raccolta da una storia finita, che mi è bruciata sotto il sedere: questo lo ricordi? E ogni tanto a quel ragazzo, a quello che chiamo tra me e me il vero amore della mia vita, penso: del resto non è che l’ho perso di vista, vive ancora in questo quartiere, lo incrocio ogni tanto, lo guardo di nascosto. Spesso.

Lo guardo una parte per il tutto, le mani ad esempio: le guardo parlare, punteggiare, virgoleggiare, sottolineare concetti. E’ di come muoveva le mani che mi innamorai per prima cosa. E del fatto che avesse un’opinione identica alla mia  su molte cose: i figli, prima di tutto. E di altre mille piccole perline infilate su di un filo di seta, una collana troppo perfetta per poter essere vera. 

E’ che poi i figli li ho avuti da te, non da lui: li ho voluti, desiderati, amati, cresciuti con te. Ti ricordi come ci siamo innamorati? Fu uno sguardo pressante, il mio.

Forse se vengo di là e mi metto davanti al televisore lo sguardo funziona ancora.

Ci provo? Mi metto davanti a te e anche con te ricomincio da una parte per il tutto, le mani, ad esempio: magari ti ricordo i chilometri di carezze che ci siamo scambiati. E che, nonostante tutto, io e te abbiamo sognato, progettato e fatto l’amore per tutta la notte senza nessun piano, non per concepire un figlio, ma perchè ci piace così.

Ci piace ancora?

3 thoughts on “Danni

    • Ciao, benvenuta!
      Alla fine, e tu me l’hai ricordato, avevo abbandonato l’idea di continuare a trasformare questa traccia in un racconto più articolato. Del resto, lo si può fare in un momento di piena serenità e quando ho pubblicato questo post non lo era affatto.
      Vediamo cosa mi regalerà l’autunno.
      Alla prossima,
      Grazia

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