A quale Bambino serve un Fashion Consultant?

STRANI INCONTRI AL SOCIAL FAMILY DAY

 

Il mio sabato al Social Family Day è stato intenso e molto interessante: ho partecipato a questa giornata da neofita della blogosfera, una parola che fino a poco tempo fa mi sembrava solo un brutto neologismo e che ho imparato in questi mesi a usare.

L’ho fatto con l’intenzione di capire cosa significa per molte donne avere un blog attraverso i MomTalk, bellissimi incontri aperti al contributo di tutti i presenti e dedicati ad argomenti quali l’utilizzo dei social network, il rapporto con i nativi digitali (nulla di esotico, abitano proprio nelle nostre case!), le imprese al femminile presenti sul web.

A evento concluso, ho pensato che non fosse altrettanto interessante farne qui un resoconto: perché tante blogger lo hanno già fatto, e molto meglio di come potrei farlo io. Quindi non posso che rimandarvi a una mini blobliografia in coda (a proposito di neologismi…), e intrattenervi qui su alcune mie avvincenti considerazioni sul tema: ho incontrato una fashion consultant per bambini e non ho potuto prendermela con lei.

Perchè al Social Family Day c’era anche lei, Carlà, al secolo Carla Gozzi, nota esperta di immagine che fuoreggia in quel di RealTime, uno degli sponsor della giornata: purtroppo la sua presenza non era fisica, capeggiava in versione cartonato all’ingresso della sala adibita ai MomTalk. Ecco perchè non ho potuto prendermela con lei – la mia anima green non ce l’ha fatta a riversare i mieipensieri su un cartonato.

Quello che non sopporto nell’attività di questa signora si chiama Carla’s Accademy Kids, corsi di stile dedicati alle bambine e ai bambini dai sei ai dodici anni per crescere con gusto e non sbagliare mai le occasioni, come scrive nella pagina biografica del suo blog (a proposito: trattasi di una delle autopresentazioni sul web che ho trovato più divertenti. Leggere per credere).

Mi piace la moda, o meglio, mi piace l’estetica e il buon gusto applicato anche all’abbigliamento, agli accessori, alla casa, al quotidiano: le cose belle, a mio parere, fanno stare meglio, rendono armonica anche la giornata più pesante e sopportabile l’umore più cattivo.

E mi piacciono le persone (bambini compresi) ben vestiti, quando anche l’abbigliamento è in sintonia con il carattere e le attitudini personali: ma che esista un solo stile per ognuno e che il senso estetico sia univoco e imposto, questo proprio non lo condivido – come credo che il gusto sia qualcosa che ognuno deve sviluppare da sé, senza troppi condizionamenti.

Sarà che io amo i bambini vestiti da bambini, sarà che ritengo l’infanzia un periodo sacro da preservare da attività di marketing adulto, sarà che metto in capo non solo alle famiglie ma alla società tutta questa azione di garanzia, non posso pensare che un genitore decida di iscrivere il figlio (di sei, otto, dieci anni) a un corso per imparare a non sbagliare in alcuna occasione.

Un corso per modellare lo stile, il gusto e il comportamento di bambini così piccoli lo trovo non solo fuori luogo, ma anche, passatemi il termine un po’ forte, pericoloso in quanto rafforzante di una cultura, quella dell’apparire, che non ha certo bisogno di essere inculcata fin dall’infanzia.

C’è sicuramente una buona dose di ipocrisia quando guardiamo, magari sorridendo, bambine che sembrano piccole adulte e che ragionano come piccole adulte, condizionate dai messaggi che arrivano dai media, già consapevoli della propria femminilità ben prima di una preadolescenza naturale: e ragazzini che pretendono di scegliere da soli i vestiti, che posseggono smatphone e che danno indicazioni ai genitori sul locale da frequentare.

Capisco le logiche del mercato, non le demonizzo: e capisco anche che una fashion consultant, finito il target originale, concentri la propria attenzione altrove, per trovare altri clienti. Ma non vedo perchè un genitore debba accettare che il proprio figlio diventi un soggetto passivo di queste logiche, una preda da strategie di marketing sempre più affinate, alla ricerca di nuovi segmenti di mercato redditizi,  nuovi serbatoti di consumatori da conquistare fin dalla più tenera età e da seguire passo passo nella crescita, per essere sempre presenti al momento giusto, creando contemporaneamente sia i bisogni che i prodotti e i servizi per soddisfarli.

Ecco, quel cartonato proprio non avrei voluto vederlo.

***

Infine, come promesso in apertuta, vi segnalo quali sono i blog che secondo me hanno meglio riportato le idee che erano nell’aria all’incontro di sabato scorso. Buona lettura!

(la foto è stata ripresa da un articolo di Fatti del giorno
che vi invito a leggere per un ulteriore approfondimento sui temi di oggi) 

15 thoughts on “A quale Bambino serve un Fashion Consultant?

    • Non sulla pelle di mio figlio, ho sentito dire a diverse mamme a giustificazione della scelta di una scuola privata anziché pubblica (l’ho riportato come esempio, non è mia intenzione ora aprire una parentesi su questa annosa questione).

      E invece per il resto lasciamo fare al mercato? Non credo che sia una cosa così comune iscrivere un bambino a un corso di questo tipo, ma se viene organizzato è perché ha un mercato, o lo sta creando. Come ho già scritto, non demonizzo alcun mercato: mi piacerebbe però che ogni genitore ponesse sempre la stessa attenzione in tutti gli ambiti, rispettando i tempi dell’infanzia.

      • Non avendo un figlio ho un punto di vista molto esterno e credo anche un po’ troppo asettico per poter affrontare una simile questione.

        Credo però che sia ormai una prassi comune quella di puntare a creare delle esigenze in modo da creare nuovi mercati, una prassi deprecabile da parte delle aziende ed ancor più deprecabile da parte degli acquirenti.

        Quando si parla di bambini si aggiungono altri fattori ovviamente, nel senso che non si tratta di un adulto che non riesce a resistere alla tentazione di comperare un nuovo I-phone (o una borsetta, o un paio di scarpe, o qualsiasi altro gadget di cui non ha bisogno e che acquista a livello puramente emozionale) ma di una mente giovane che non si limiterà a “comperare” il bene ma che acquisirà insieme ad esso anche una forma mentale.

  1. Sì, il cartonato c’era, ma per fortuna non sono stati pubblicizzati questi corsi.
    Temo che ci sia un’esigua minoranza di madri (almeno lo spero che sia esigua) che ritiene di dover affidare la scelta dello stile dei figli ad un fashion consultant. Probabilmente saranno delle fashion victims.
    Grazie per la citazione, adesso conosco anche il tuo blog.

  2. Ho letto la pagina biografica della Gozzi… oltre allo stile dovrebbe curare anche la scrittura, la punteggiatura… Ma capisco, questione di priorità, in questa società sono ben altre le cose che contano. Queste cose mi mettono tristezza… e forse mi fanno anche arrabbiare!

  3. Cara Grazia…
    questo è un argomento delicatissimo, perché afferisce il tema dell’autostima, sia della bambina o bambino che subisce i consigli e trattamenti del FC, sia della madre che pensa che sua figlia o suo figlio ne abbiano bisogno… Ci sono in gioco bisogni di madri che a loro volta sono state bambine, (e padri che accettano e forse ne vanno anche un po’ orgogliosi…), a cui forse è mancato qualcosa…

    Io la penso come te e… a tale proposito ricordo di aver visto proprio qualche mese fa uno stralcio di una trasmissione americana trasmessa, ora capisco perché, su RealTime, in cui i bambini dovevano addirittura esibirsi, truccati, in atteggiamenti poco infantili… e sono rimasta inorridita, triste di fronte a scene di pianto e ribellione di alcuni di questi, avvilita nel vedere queste mamme disperate di fronte all’eventualità che il bambino si rifiutasse di salire sul palco… non si capiva alla fine chi dovesse esibirsi, madre o figlio/a?

    Sarebbe bello se tu sentissi la voce di un esperto… al riguardo… così, per curiosità e… sei una blogger veramente coraggiosa!

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