La mia Emilia

 

In questi giorni faccio molto fatica a scrivere.

Non è stato un problema il rientro in Italia, l’immersione nella quotidianità che sono presto tornata ad apprezzare: è che sapere che a poche centinaia di chilometri, nella mia regione, si soffre e si ha paura, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo di questi lunghissimi giorni, mi paralizza i pensieri.

Perchè, e non mi si dica che sono di parte, è davvero un colpo mancino al cuore dell’Italia vivace, laboriosa, fiduciosa, creativa, godereccia e imprenditoriale, simbolo di una qualità della vita dignitosa, di una partecipazione attiva alla vita collettiva, di un buonumore contagioso: la perdita dell’ottimismo emiliano sarebbe un ulteriore impoverimento.

Ok, sono di parte, ma la mia opinione resta questa e il dolore non si attenua: e non mi si dica un’altra volta che essere dell’ultimaprovincia non vale, perchè l’anima, la mia anima, resta emiliana.

E’ per questo che oggi torno la ragazza che ha lasciato la campagna per la città, per cause di forza maggiore: il racconto, scritto diversi anni fa, è dedicato alla mia nonna paterna, quella tutta d’un pezzo, quella che scodellava figli come conigli e restava in piedi, qualunque cosa succedesse. Una donna emiliana.

Il Sosia

Ho davanti a me campi stanchi. 

Talmente stanchi e aridi da non promettere niente di buono per la prossima estate. Me ne sto venendo dal tratturo con la mia nuova bambola al collo, inconscia della bellezza del paesaggio attorno – una valletta che scende, scoscesa e risalita, piccoli campi divisi da boschetti di mori e noccioli.

La vedo nella sua veste nera, china su una terra che non è nemmeno sua, a raccogliere tutte quelle pietre che mangiano spazio alle coltivazioni. Ne prende una o due per volta e le accatasta a cumuli, piccole piramidi che crescono su quel campo come i funghi nei boschi.

Qualcuno, forse mio zio, verrà a prendersele tra poco: con la pala del trattore le caricherà e le porterà vicino alla cascina, ad ingrandire la pila dei sassi. Qualcun altro, un dottore oppure un signore, verrà a vederle e pagherà per quelle più grandi e levigate: ci vorrà fare una casa rustica, dove andare la domenica.

Anche oggi è domenica ma quella casa non esiste ancora: esistono i suoi pezzi, i sassi che mia nonna raccoglie e toglie dal suo sentiero.

Mi avvicino e sento la sua voce: chiacchiera con una donna china come lei, vecchia come lei. I loro enormi sederi ondeggiano davanti ai miei occhi: masse informi, ruvide e curiose, reduci da troppi parti e da troppa fatica. Le loro voci sono suoni strani, duri: colpiscono l’immaginazione come il parlare barbugliato di Paperino. Un dialetto rotto da suoni nasali che tra qualche anno scoprirò montani. Parlano della pioggia che non si vede, di un vitello che non si rimetterà più in piedi, di un prete che non benedice i campi.

Non si accorgono di me, neoundicenne vestita di rosa chiaro – un abito fino in fondo ai piedi, da principessa – io, che spio i loro discorsi.

Dicono tutti che le somiglio. Dicono stessi occhi, stesso naso, stessi capelli dritti e fini. Dicono che anche i miei fianchi diventeranno così, larghi e pesanti, che è di famiglia. Tutto mi scivola addosso: nella mia magrezza bambina disprezzo quei luoghi e le mie domeniche lontane.

Non mi vedono e avanzano piegate, altri sassi, altre piramidi. Penso alla cena che mi aspetta quella sera: di certo sarà polenta, e buon pane, con olio e zucchero. Quando mi vedrà sarà brusca e frettolosa: forse mi chiederà di aiutarla a togliere le pietre. Ma ho la bambola con me, ed il vestito lungo.

Non ricordo come andò quel giorno: non ricordo il suo viso quando si voltò e mi vide. Non ricordo neanche quando mi guardò l’ultima volta, china sulla sua poltrona in vimini dove era rimasta inchiodata due mesi. Solo bava e sangue, un rantolo per dire addio.

Era il mio viso. Nella presunzione e stupidità di allora nemmeno lo sapevo. Vivevo nell’attesa di conoscermi e non mi riconoscevo. Ma era il mio viso e quelle, lente e macchiate, quelle erano le mie mani.

Ancora oggi le uso come allora: per nutrirmi, vestirmi, spogliarmi; per amare e fare. E per raccogliere e togliere tutte le pietre che trovo sulla mia strada.

12 thoughts on “La mia Emilia

  1. Ho dimenticato di chiederti dove vai esattamente in Sicilia, a parte il matrimonio… che giro fai? Scrivimi via mail così posso darti suggerimenti precisi…

  2. Leggendo il tuo commento nel mio blog Giorgia di Priorità e Passioni ha suggerito in un altro commento di invitarti al nostro gruppo Facebook Consigli di viaggio. Se hai un account FB ti aspettiamo… qui avevo pubblicato un commento ma non lo vedo😦 Volevo dirti di farti viva via mail per consigli personalizzati sul viaggio in Sicilia…

    • Ho avuto un po’ di problemi con lo spam di wordpress, spero che la cosa ora si sia normalizzata.
      Come spero di raggiungervi quanto prima al gruppo FB: grazie dell’invito!

  3. Pingback: Love at First Sight | ToWriteDown

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