Fuori

SCRIVERE CON LE EMOZIONI

 

Scrivo molto spesso con le emozioni: le lascio entrare nelle mie dita e cadere sui fogli, sui tasti, uscire da me per restare fuori, diventare emozioni di altri.

Questo è il racconto per i più grandi che vi avevo anticipato la settimana scorsa parlando delle mie Favole di Mezzanotte: in quelle storie, create per mio figlio, per la sua serenità e per rafforzare il nostro legame, lascio scorrere il mio affetto, che si fa liquido e si conforma al suo linguaggio e alle sue esigenze di bimbo.

Qui, per contro, lascio scorrere la tempesta che mi assale ogni tanto e che riesco ad arginare solo scrivendo: due facce, due piccole e stupide facce della stessa medaglia.

Fuori

Sento di essere immersa in un acquario.

C’è silenzio – solo onde per gli spostamenti di altri esseri viventi che mi passano accanto, che neanche vedo.

C’è vita – la lascio scorrere sulla pelle senza fare alcun tentativo di trattenerla. Mi sfiora irritata: non capisce cosa sto aspettando – guardando.

Per guardare, guardo fuori: c’è qualcuno fuori dal mio acquario che può concentrarsi su di me solo se io lo guardo. Lo osservo, insisto, dimentica di ciò che sta vicino a me, nella mia stessa acqua.

Cosa aspetto invece non lo so – forse aspetto lo sguardo, uno sguardo solo un po’ più attento del mio sconosciuto fuori.

L’acquario non è né ostile né invadente: è normale tranquillità, quotidianità senza confini, neanche tanto male quando ci si abitua. C’è qualcuno che ti accende una luce a neon ogni mattina, che la spegne gentilmente ogni sera, per darti quello che i più definiscono riposo. Ma da che cosa ci si riposa: dalla luce? dagli altri? dalla vita?

Io ho solo bisogno di riposarmi dal fuori – dalla sua assenza.

L’assenza, più che l’attesa, è ciò che mi disturba: e nell’acquario, nella densità bagnata in cui sto immobile, l’assenza sembra l’unica cosa di una qualche consistenza visibile.

Visibile, sì – sottile e sensuale, quasi una medusa trasparente, di un colore che è quello degli occhi dello sconosciuto che sta fuori. Una medusa di un nero insostenibile – di una bellezza discutibile.

L’assenza arriva nell’acquario in ogni momento – ogni momento che gli esseri viventi tuoi vicini lasciano libero o dimenticano di riempire e in quelli che ti sembrano pieni da scoppiare. Ti arriva addosso appiccicosa, spugnosa, piena di un sentimento vacuo – ti resta addosso per troppo tempo.

Posso anche muovermi, nell’acquario: è un movimento lento, rallentato, esasperato. L’attesa richiede lentezza: perché ogni gesto, ogni istante deve essere desiderato, creato, vissuto prima d’essere.

Anche se lento, è un movimento: e basta per spostare onde silenziose su altri esseri, onde che scandiscono linee impalpabili su quel vetro che mi divide dal fuori.

Chissà se il fuori le vede quelle linee, se vede il nulla che cerco di spostare, la vita che mi attraversa e diviene anch’essa limite – onda spenta su un vetro.

Il fuori è un vetro resistente con dietro gli occhi scuri di uno sconosciuto.

Non si dovrebbe mai guardare fuori dagli acquari – mai stare immobili troppo a lungo o muoversi a cerchi concentrici, lenti e morbidi. Mai aspettare, mai guardare – lasciarsi attraversare da qualcosa che non si conosce.

Se ne avessi la forza potrei rompere questo vetro – accelerare un gesto all’improvviso, chiudere la mano a pugno e forzare la trasparenza. Ci sarebbe uno spostamento indicibile, con tanta vita, esseri, acqua, io, aspettative che si buttano all’esterno: un getto violento di pensieri e pulsioni rovesciati oltre il vetro, oltre il fuori.

Cercherei lo sconosciuto.

Non proverei nemmeno a evitare la caduta, i frammenti, l’acqua scivolosa – non proverei nemmeno a cadere in piedi.

Cercherei lo sconosciuto.

Ne cercherei lo sguardo, le mani, i capelli – lo sconosciuto che ha creato l’inquietudine della mia medusa nera.

Lo cercherei per strapparmi di dosso i gesti rallentati, l’ipocrisia di un’acqua per niente pura, occhi che si sciolgono in una venatura sporca, in un urlo che assorda.

Ne cercherei i pensieri per capire qual è il mondo fuori, quali sono i suoi deserti e le sue montagne, se ci sono stagni, sentieri, tregue – se posso portarci le mie notti, se c’è posto per tutti i miei colori.

Con le mani costruirei uno spazio.

Uno spazio estensibile – che non si colma mai. Ci metterei il cielo, la neve, i papaveri, le poesie, qualche gatto e le scogliere brulle di un’isola troppo a nord. Ci metterei un suono lungo, giochi di bambini, il sorriso stupito di mia nonna.

Con le mani ci porterei lo sconosciuto dagli occhi neri, gli mostrerei tutto ciò che nel fuori non può vedere – ciò che l’immobilità quotidiana lascia morire. Con le mani accarezzerei la sua pelle scura: e mentre i suoi occhi si aprirebbero sull’immagine di mia nonna quindicenne, io resterei a fare cerchi concentrici sulla sua pelle – tuffi di sassi nell’acqua, frammenti di acquario dimenticati.

Quando ne avrò la forza romperò questo vetro.

Ma ora la mia medusa nera, la mia assenza ingombrante, invischia il mio pugno. E i miei occhi possono solo guardare fuori – il fuori senza gesti che sembra anch’esso immerso in un’acqua spessa e rallentante, che nutre l’assenza senza offrire scampo.

Ma romperò questo vetro: ci sarà un gesto improvviso, stringerò nella mano la medusa e squarcerò via la vita.

 

(foto: grazie all’archivio di sxc.hu.
La foto è stata scattata a Manerba del Garda)

6 thoughts on “Fuori

  1. La sensazione di vivere in un acquario la conosco bene… bellissima scrittura, e non ho trovato per niente piccola né stupida anche l’altra faccia della medaglia: -papà si toglie la cravatta- mi è sembrato molto tenero…

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