La Cultura delle Emozioni

UNA RIFLESSIONE PER IL MANIFESTO PER RIPRENDERSI LA CULTURA

 

L’espressione delle emozioni, il modo in cui ognuno di noi le manifesta e le valorizza è fortemente condizionata dalla cultura in cui si vive, a cui in qualche modo si appartiene.

Il Manifesto per riprendersi la cultura non può dimenticare la componente emotiva: o meglio, io non voglio che se ne dimentichi.

Il modo di manifestare le emozioni è una caratteristica propria di ogni Paese: è bene non lasciarsi andare a espressioni o a  gesti di cui non si è perfettamente certi del significato che viene loro attribuito in una certa cultura per evitare problemi di omomorfia (uno stesso gesto con significati diversi) e di conseguenza creare fraintendimenti.

Le differenze nel modo di esprimere le emozioni nelle diverse culture sono state oggetto qualche anno fa di una ricerca condotta da un gruppo di studio composto da psicologi giapponesi e olandesi che ha mappato le differenze e ne ha ricercato le motivazioni.

Abituati la fatto che le espressioni di viso e corpo siano in corrispondenza emotiva, gli occidentali si trovano spiazzati di fronte a persone di altre culture in cui ciò non avviene: le associazioni di espressioni facciali a emozioni sono così automatiche che se un occidentale vede una persona sorridere pensa subito che sia contenta, se la vede piangere pensa subito che sia triste. Per gli orientali, per contro, l’associazione viene effettuata tra voce e emozione, senza dare molta importanza all’espressione facciale.

Pertanto gli orientali tendono a nascondere le proprie emozioni sorridendo, ma difficilmente riescono ad occultare le emozioni negative nella voce ed è per questo che sono diventati bravissimi a cercare gli indizi sugli stati emotivi altrui nella voce; un atteggiamento, questo, che può provocare equivoci agli occidentali, abituati al fatto che voce e viso siano in corrispondenza emotiva.

Ho trovato altri studi comparativi che dimostrano scientificamente quanto è sotto gli occhi di tutti: i latini e gli italiani in special modo sono più appassionati ed espressivi, giapponesi e scandinavi sono più inibili e stoici. Conosciamo tutti una caratteristica tipicamente italiana, la forte gestualità che accompagna e arriva a mimare gran parte del discorso: la  gestualità italiana è spontanea, ma risulta quasi sempre incomprensibile per gli stranieri.

La tendenza ad usare gesti, e molte volte un tono di voce alto, per esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni ha portato alla diffusione dello stereotipo che raffigura gli italiani come aggressivi e invadenti; e così se un comico straniero vuole imitare un italiano solitamente si mette ad urlare e a muovere velocemente braccia e gambe.

Non ho approfondito a sufficienza per capire l’origine di questo atteggiamento, più tipico del Sud ma diffuso in tutta Italia. Credo che sia comunque chiaro che la disponibilità che prova una persona nell’esprimere le sue emozioni è influenzata dalla sua cultura. Le mie riflessioni finiscono qui, consapevole di non avere esaurito gli argomenti e soprattutto di non avere esplorato molte “applicazioni” offerte delle differenze emozionali dovute a culture diverse, ad esempio le differenze tra il mondo emotivo femminile e quello maschile: quanto le differenze tra maschio e femmina sono culturali e quante genetiche?

Mi piacerebbe che qualcuno approfondisse per me.

(foto: grazie all’archivio di sxc.hu)

7 thoughts on “La Cultura delle Emozioni

  1. Ricordo di aver letto un lungo articolo che trattava di un argomento similare.
    Era uno studio specifico mirato a stabilire la componente spaziale nei rapporti sociali, una serie di norme e di consigli per poter affrontare in modo adeguato l’incontro con membri di una differente cultura. Suddivideva la popolazione globale (una parte di essa a dire il vero) in una serie di categorie alle quali andavano applicate differenti metodologie comportamentali, basate sul tono di voce, la distanza durante il colloquio, il contatto fisico ed una miriade di altre.
    Una sorta di vademecum per diplomatici in erba che aveva come scopo evitare che, a causa di un errato atteggiamento, la comunicazione si interrompa ancor prima di cominciare.
    Ricordo in particolar modo le considerazioni di tipo spaziale, perché all’epoca ne ero rimasto molto colpito e le avevo trovate un magnifico uovo di colombo. A differenti culture corrispondono anche differenti abitudini riguardo alla distanza corretta per avere un’interazione ed una discussione, ad gli europei tendono a mantenere una distanza variabile tra la lunghezza dell’avambraccio a quella del braccio completamente disteso, mentre gli arabi sono abituati a stare quasi in contatto di petto contro petto.
    Se un europeo ed un arabo si trovano a dover interagire, e non considerano questa differenza culturale, l’europeo interpreterà l’avvicinarsi dell’arabo come un’invasione del proprio spazio e tenderà ad arretrare dando all’arabo l’impressione di essere disinteressato. Entrambi non si troveranno a loro agio, e nella peggiore delle ipotesi potrebbero sentirsi offesi, senza nemmeno riuscire a comprendere a livello conscio del motivo della loro indisposizione.

    • Grazie per avere arricchito con questo tuo intervento il mio articolo. In effetti il corpo riveste un ruolo molto importante nella comunicazione ed e’ davvero troppo spesso causa di fraintendimenti tra persone di culture diverse. Significativo l’esempio che hai fatto riguardo all’atteggiamento tipico degli arabi di avvicinarsi molto all’interlocutore. Mi viene ora in mente che i giapponesi non danno la mano, gesto di saluto che significa rispetto per gli europei.

      • Da buon egocentrico provo sempre un sottile piacere a poter dire la mia ^_*.
        I giapponesi non danno la mano? Effettivamente il gesto dell’inchino è un po’ un sostituto … non ci avevo mai fatto caso.

    • Grazie per la segnalazione, Eugenio, e per i consigli di lettura: il primo testo non lo conosco, del secondo ho letto qualcosa un paio di anni fa ed effettivamente credo valga la pena approfondire.

      Di recente ho terminato la lettura del testo di un allievo di Goleman, John Gottman, Inteligenza emotiva per un figlio, di cui vorrei tra l’altro parlare a breve: la teoria dell’intelligenza emotiva applicata all’educazione dei figli (maschi) è molto interessante e di facile applicabilità. Sulle emozioni molto forti, come la rabbia e la tristezza, ho sperimentato l’allenamento emotivo con mio figlio, che ha quasi tre anni, con grande soddisfazione.

      A presto,
      Grazia

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