Due Campi da coltivare

Il contributo di Fabio Ballabio al Manifesto per riprendersi la cultura

 

Inizio oggi a pubblicare i contributi all’iniziativa del mese di marzo, il Manifesto per riprendersi la cultura: lo faccio con un articolo di Fabio Ballabio, noto ebraista autore di diverse pubblicazioni che ha a cuore il tema dell’interculturalità.

Ed è proprio da questo punto di vista, quello dell’intercultura e della multicultura, che Ballabio suggerisce di porsi per riprendersi la cultura e mettere un altro mattoncino al nostro Manifesto.

Domani si prosegue con i contributi (altri mattoncini!) dei blogger.

Due campi da coltivare. Qual è il significato dell’aggettivo interculturale? Il prefisso latino inter identifica una “terra di mezzo” che sta tra due enti, oggetti o soggetti: in questo caso due culture. Solitamente per cultura si intende quell’insieme di cognizioni (teoria) ed esperienze (prassi) che costituiscono il modo di vivere e di essere di una persona o di un gruppo di persone. Gli elementi base di una cultura sono la lingua, la religione, gli usi, i costumi. Il termine cultura deriva dal latino cotere (coltivare) e rimanda a un’idea di fatica, impegno, dedizione. E’ il caso del contadino che ottiene dei frutti dalla terra attraverso un lavoro faticoso. Fare cultura, anche la propria cultura, significa produrre frutti attraverso un lavoro faticoso. Se fare cultura significa fare fatica, fare intercultura significa fare doppia fatica. Con la globalizzazione la cultura è diventata cultura di massa: un’unica cultura accomuna tutti gli abitanti del pianeta e, per giunta, punta al ribasso. La fatica di fare cultura viene annullata:

Che lo si voglia o no, l’era della società dell’informazione è anche quella della colonizzazione dei cervelli. Globalizzazione e localizzazione sono due facce dello stesso fenomeno a tal punto che sin dagli inizi degli anni Ottanta la dinamica della globalizzazione ha provocato un altro movimento antagonista: la rivincita delle culture particolari. Si osserva dappertutto un ritorno alla tradizione, al territorio, ai valori individuali, una rinascita del nazionalismo e dei fondamentalismi (Armand Mattelard, La colonizzazione delle menti, in Le monde diplomatique).

Le genti reagiscono alla colonizzazione delle menti, provocata dal diffondersi della cultura di massa, attraverso un ritorno alle radici, alle fonti, a una cultura, la propria, che spesso non conoscono più o che nessuno ha mai trasmesso loro. Questa ricerca conduce spesso a estremi quali l’integralismo (dove non c’è posto per il dubbio o per l’alterità), il fondamentalismo (un ritorno anacronistico a fondamenti spesso mitici), il nazionalismo (la nazione come supremo valore).

Dall’intercultura alla multicultura. La varietà delle culture è una ricchezza che, come tutte le ricchezze, può essere utilizzata male. Oggi il multiculturalismo è di moda: le altre culture ci affascinano perchè soddisfano il nostro desiderio di esotismo e di fuga dalla realtà. Ma troppe volte ci riferiamo a persone di altre culture quali fossero esemplari da zoo: e il multiculturalismo diventa un problema. Basta gettare un’occhiata al di là dell’oceano Atlantico per vedere quali risposte sono state date al problema del multiculturalismo. Nel corso della loro breve storia gli Stati Uniti hanno sperimentato almeno un paio di modelli; il primo è il melting pot, il pentolone dentro cui cuoce una minestra:

La pentola in cui gli uomini e le donne provenienti dall’Europa erano invitati, una volta varcato l’Atlantico, a diluirsi e a fondersi non era per nulla neutrale o, meglio ancora, non era affatto una pentola al cui interno tutti gli elementi più disparati, vale a dire le diverse culture ed etnie, dovevano, in egual misura, confondersi e dissolversi. Al contrario, il codice non scritto ma sostanziale del melting pot consisteva nella progressiva adesione delle successive ondate di immigrati al modo di pensare e di vivere del paese che li aveva accolti: sia per quanto riguardava lo stile di vita di tutti i giorni, sia per quanto riguardava il codice di valori etici e politici codificati dai Padri fondatori al momento della nascita dell’Unione (Antonio Gambino, Gli altri e noi: la sfida del multiculturalismo).

Una minestra che viene trasformata in un passato di verdure da quel frullatore che è l’american way of life. Ogni verdura perde il proprio sapore, la propria consistenza, il proprio colore, per acquistarne un altro comune a tutta la minestra. Il secondo modello è il salad bowl o insalatiera. Mischiarsi e conservare il proprio sapore può sembrare la strada più sensata per il multiculturalismo, tuttavia occorre intendersi sul significato di quel mischiarsi. Nella sola New York ci sono Manhattan, il Bronx, Harlem, Chinatown, Little Italy, il quartiere ebraico del Lower Eastside. Ogni etnia si costruisce il proprio ghetto in una zona ben precisa della città e solo così conserva la propria specificità? Forse la realtà è troppo complessa per poterla ingabbiare con modelli semplici come quelli del pentolone e dell’insalatiera. Forse viviamo ancora in un periodo di transizione in cui è faticoso discutere di principi e appare più semplice e fruttuoso esaminare situazioni concrete. La posizione più sensata allora diventa quella di invocare rispetto e protezione per tutte le culture, compresa la propria. Difendere la propria identità e la propria cultura significa accettare una loro progressiva apertura nei confronti di altre identità e di altre culture. Questo è ciò che va sotto il nome di interculturalità o di educazione alla mondialità: vivere a partire dall’altro. Cosa significa concretamente? Significa sottoporsi a quella che potremmo chiamare una seconda inculturazione e impegnarsi in quello che potremmo denìfinire un dialogo intra-culturale. Ndjock Ngana in un convengo sulla multiculturalità e le esperienze interculturali nelle scuole parlava di un cambiamento della mentalità che porta alla creazione di una cultura delle culture. Essa può venire alla luce sperimentando un tipo di integrazione che non significhi omologazione al nostro modello culturale, cioè assimilazione, ma interiorizzazione della cultura altra, senza dover negare la propria.

 

CHI E’ L’AUTORE

Fabio Ballabio è nato nel 1966 a Cantù e vive in Brianza. E’ sposato e padre di due figlie. Collabora con varie riviste. Ha pubblicato Buddhisti in Italia (Bologna 1998), Il cielo è qui (Bologna 1999 e 2002), Le religioni e la mondialità (Bologna 1999), Religioni in Italia (Bologna 2001), Woody l’eletto (Torino 2003).

Si definisce un ebraista, un ecumenista, un narratore, un recensore, un padre, un laico nella Curia di Milano.

Ha aperto da poco un blog dove raccoglie i suoi racconti e le sue recensioni.

Lo ringrazio per il prezioso contributo.

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