Quando una scuola di scrittura creativa dà buoni frutti

La città delle rose di Dalia Sofer

La settimana scorsa ho riletto La città delle rose, un romanzo del 2007 di Dalia Sofer, autrice newyorkese di origine iraniana edita in Italia da PIEMME.

La storia la conoscevo già, avevo bisogno di un testo di riferimento per un’analisi sul ritmo e questo è stato un ottimo soggetto: sì, perché La città delle rose è un esempio ben riuscito di testo costruito seguendo le regole di scrittura creativa.

Non a caso Dalia Sofer, al suo esordio nel 2007, fu presentata citando nel curriculum il suo MFA in Fiction, un master in scrittura creativa.

Il titolo originale del libro è The September of Shiraz (e mi permetto di dire che tradurlo sarebbe stata la scelta ottimale): la narrazione prende avvio il 20 settembre 1981, due anni e mezzo dopo la partenza dello scià Reza Pahlavi da Teheran e il ritorno dall’esilio dell’ayatollah Khomeini che, con i suoi Guardiani della rivoluzione, instaura un regime religioso dittatoriale del terrore.

In questa vigilia di autunno, un commerciante di pietre preziose, Isaac Amin, viene arrestato con l’accusa di essere una spia sionista. La famiglia non viene avvisata e la moglie svolge le proprie attività quotidiane finché si accorge che è passata l’ora del rientro e che il pigiama del marito è ancora appeso alla colonnina del talamo nuziale. Solo nei giorni seguenti, girando per le prigioni della città, cercherà di scoprire la fine del marito. La figlia Shirin viene informata che il padre è in viaggio, ma la bimba scopre velocemente la verità e si organizza per superare da sola questo dolore e per evitarlo ad altri. Il primogenito è lontano dall’Iran, è a New York per studiare dalle prime avvisaglie dei cambiamenti politici.

Il romanzo è raccontato a quattro voci dai componenti della famiglia. La voce del padre Isaac arriva dalla prigione, descritta con un tono lieve che non risparmia i dettagli: le torture, le umiliazioni, il degrado, la mancanza di riferimenti. La voce della moglie Farnaz arriva dalla vita quotidiana che vorrebbe continuare a scorrere, nonostante tutto: Farnaz sembra il personaggio meno convincente, un po’ stereotipato in alcune caratteristiche. La voce di Shirin, la figlia che ha lasciato la scuola privata per quella pubblica ed entra in contatto con i figli degli iraniani riabilitati dal nuovo regime, è quella più intensa, la più vera; del resto in una intervista l’autrice ha detto di avere usato i suoi ricordi di bambina per costruire il personaggio, scrivendo del senso di stupore e di confusione da lei provati ai tempi. Infine, vi è la voce di Parviz, il figlio, dalla lontanissima New York, alle prese con il suo giovane cuore innamorato in una comunità di ebrei ortodossi.

Tra Shiraz e New York, l’autrice crea una riuscita narrazione speculare sul tema delle barriere: Isaac è in prigione perché è ebreo anche se laico e non praticante, mentre Parviz vive ospite di una famiglia di ebrei chassidici che non lo accetta interamente. Il tema delle barriere si sviluppa quindi attorno ai credi religiosi, come all’origine del motore della narrazione vi è appunto una rivoluzione fatta in nome di un credo: la religione può unire o dividere, e questo può accadere all’interno della stessa religione.

INCIPIT

Quando due uomini armati di fucile entrano nel suo ufficio a Teheran, a mezzogiorno e mezzo di una calda giornata ormai autunnale, il primo pensiero di Isaac Amin è che non potrà raggiungere la moglie e la figlia per pranzo, come promesso.
«Fratello Amin?» chiede il più basso dei due. Isaac fa cenno di sì con il capo. Sa che alcuni mesi prima hanno preso il suo atonico Kourosh Nassiri. Poche settimane dopo, anche Ali il fornaio è scomparso.
«Siamo qui per ordine dei Guardiani della rivoluzione.» L’uomo di bassa statura gli punta contro il fucile. Si dirige verso di lui, a passi troppo lunghi per le sue gambe. «Sei in arresto, fratello.»
Isaac chiude l’inventario che gli sta davanti. Abbassa lo sguardo sulla scrivania, sulle cose lì appoggiate, testimoni indifferenti di quanto accade: i documenti sparsi qua e là, un fermacarte di metallo, una scatola di sigarette Dunhill, un portacenere di cristallo, una tazza di tè appena preparato e due foglie di menta che vi galleggiano dentro. L’agenda è aperta. Getta uno sguardo alla data di oggi, 20 settembre 198», e alle note scarabocchiate sulla pagina: chiamare sig. Nakamura per le perle; colazione a casa; partita di opali neri provenienti dall’Australia in arrivo per le tre circa; ritirare scarpe dal calzolaio.
Impegni che non manterrà. Sulla pagina opposta campeggia una foto patinata del mausoleo di Hafez, a Shiraz. Sotto, le parole: Città dei poeti e delle rose.

Questo romanzo funziona, la narrazione scorre bene e alcune forzature, come quelle che a volte l’uso di quatto voci narrative impongono, non tolgono nulla al piacere della lettura. Una delle scelte vincenti dell’autrice è sicuramente quella di avere impostato un tema autobiografico, che facilita le cose  soprattutto nei primi tentativi di scrittura: se si scrive di ciò di cui si conosce è molto più facile trasmettere emozioni e autenticità. Al tempo stesso tale scelta può essere un’arma a doppio taglio se le vicende da narrare portano con sé ricordi molto intensi, dolorosi: la stessa Sofer ha detto di avere impiegato ben sette anni per concludere il libro.

GUIDE ALLA LETTURA

Voglio segnalarvi una cosa molto interessante che ho scoperto aggirandomi sul web alla ricerca di informazioni recenti sull’autrice: a dirla tutta speravo di trovare una sua opera successiva, ma sembra che La città delle rose sia per ora l’unico libro pubblicato da Dalia Sofer.

La ricerca mi ha dato modo di scoprire che il sito della sua casa editrice americana, la Harper Collins, mette a disposizione gratuitamente diverse guide alla lettura per romanzi: c’è anche quello de’ La città delle rose.

Qui il link alla Harper Collins con tutte le guide disponibili.

3 thoughts on “Quando una scuola di scrittura creativa dà buoni frutti

  1. Ciao Grazia, mi incuriosisce il tuo post, perchè sono sempre stata molto scettica per quanto riguarda le scuole di scrittura creativa. Forse il mio è un pregiudizio sbagliato, ma credo che, pur riuscendo ad insegnare le regole o i trucchi per costruire trame avvincenti, queste scuole in qualche modo insegnino a scrivere secondo schemi e solchi simili o ripetitivi. Quello che temo è che la creatività (con il termine non intendo il genio, l’estro, ma un modo personale di concepire, di affrontare e di manipolare temi, personaggi e situazioni) venga indirizzata, imbrigliata, per rispondere a certe regole che sono poi quelle che decretano il successo o meno di un’opera sul mercato. Certo, se uno desidera proprio questo, allora forse la scuola è una strada giusta. Ci sarebbe da chiedersi perchè uno scrive, a cosa mira, cosa si aspetta dallo scrivere… Ecco sono partita in elucubrazioni sul tema… Mannaggia…
    PS: Interessante il link che hai postato…

    • Mia cara Tamara, per prima cosa scusami per il ritardo con cui cerco ora di rispondere a tutti i pensieri che mi hai lasciato in questi due giorni, che per me sono stati, lavorativamente parlando, intensi.

      Anche io anni fa avevo la tua stessa presa di posizione verso le scuole di scrittura creativa, percependo nella definizione stessa un ossimoro di partenza: come poteva una scuola fare rima con creatività? Imparare la creatività mi sembrava impossibile.

      E infatti la creatività non si impara, si esercita: e le scuole di scrittura creativa solitamente fanno proprio questo, costringono ad esercitare il pensiero e la scrittura anche in ambiti ostili, a creare personaggi anche antipatici, a trovare trame al di là delle ambientazioni usuali e conosciute.

      Alla fine ti trovi a scrivere quello che avevi dentro e non sapevi di averlo.

      Una cosa importante, con l’esercizio, la insegnano: che scrivere non è solo sfogo, ma anche disciplina.

      Comunque prossimamente mi piacerebbe tornare proprio su queste tematiche, che qui avevo solo accennato: credi che potrebbe essere interessante confrontarci su questi temi?

      • Sono d’accordo con te sul fatto che scrivere non debba solo essere sfogo, ma anche, e soprattutto, disciplina. Credo che ogni grande opera sia frutto di sforzi, sacrificio, impegno, non di puro estro, del genio che si alza al mattino e compone il capolavoro.
        Detto questo, io non ho esperienza diretta di scuole di scrittura, quindi il mio può essere un pregiudizio.
        Ti posso solo riportare un’esperienza di un altro campo. Il mio compagno sta portando avanti da alcuni anni e con sforzi enormi un progetto per la realizzazione di un lungometraggio (autoprodotto), in collaborazione col fratello ed altri due amici (il tutto dentro casa nostra – ne parlerò nel blog perchè il film permea la mia vita ogni giorno e ogni due sabati qui ci sonoo 10 persone che ci lavorano). Recentemente hanno selezionato gli attori. Si sono presentati soprattutto attori che venivano da scuole di recitazione. Bravissimi, nulla da eccepire, eppure sembrava di sentire sempre la stessa persona recitare. Stesse pause, intonazioni, espressioni. Alla fine per il personaggio femminile è capitata una ragazza non attrice che ha tirato fuori un modo tutto suo di recitare, coinviolgente ed intenso. Non avendo esperienza, dovrà essere indirizzata, ma la cosa mi ha colpito.
        Non so se lo stesso si possa dire della scrittura e non voglio fare di tutta l’erba un fascio. Non fraintendermi.
        Comunque mi farebbe davvero piacere confrontarmi ancora su questi argomenti. Assolutamente sì.🙂

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...